RICORDANDO BARALE

Una settimana fa purtroppo è venuto a mancare Massimo BARALE, docente emerito di Filosofia Teoretica presso l’Università di Pisa. In qualche modo il Prof. Barale ha ispirato la nascita del nostro gruppo di ricerca, sin da quando nell’a.a. 2010/2011 accolse all’interno del proprio corso il seminario di lettura hegeliane nato un anno prima per iniziativa di una manciata di studenti. In quel contesto sono nate molte amicizie, anche qualche amore, che poi hanno formato l’ossatura del nostro gruppo di ricerca.

Vogliamo rendergli omaggio raccogliendo su questo sito i ricordi di coloro che sono stati suoi studenti.

Pisa, 1 ottobre 2015.

Di seguito tutti i ricordi pervenutici:

Il ricordo di Valentina BALESTRACCI

La mia prima lezione all’università fu con Massimo Barale, e così anche il mio primo esame.
All’appello tutti eravamo terrorizzati e quando fu il mio turno ricordo che con autorità e pacatezza al medesimo tempo, (caratteristiche che lo contraddistingue vano)  disse: “signorina, una domanda preliminare al suo esame. Mi dica com’è divisa la Critica della ragion pura.”
Risposi, l’esame proseguì un po’ barcollando. Ricordo come il professore sbottò con un sorriso dicendo ” ma signorina! Una funzione regolativa! Le idee hanno una funzione regolativa!”.
Decise di premiarmi per l’impegno, aggiungendo che tuttavia questo non sarebbe bastato. Mi consigliò, per la volta successiva, di studiare con metodo.
Dei contenuti di quel primo esame, sostenuto con poca esperienza, rimase forse poco, ma fu un incoraggiamento a procedere. Fu così che continuai a frequentare quel seminario hegeliano che il professor Barale decise di rendere parte integrante del suo corso. Il seminario si protrasse autonomamente anche a corso finito e per me rappresentò il vero accesso alla filosofia.

Il ricordo di Paolo DONATEO

Ho conosciuto il Prof. Barale nell’autunno 2008. Gli avevo chiesto un appuntamento per concordare un testo sul quale, poi, avrei impostato il seminario di Filosofia delle religioni. Proposi Die Religion innerhalb der Grenzen der bloßen Vernunft di Kant, che accettò con chiara felicità dicendo: « Ottimo! Kant va sempre bene!». Ricordo che il nostro incontro durò una mezz’ora, nel corso della quale Barale mi espose il problema teologico nella formazione del criticismo kantiano, mostrando una conoscenza di Kant che pensai non potesse essere semplicemente racchiusa nella convenzionale definizione di “superiore” o “infinita”, perché questo sarebbe stato riduttivo. Al contrario, percepii che essa derivasse da una vita verisimilmente dedicata, per amore di Kant, ad una continua analisi e rielaborazione del suo pensiero.

Successivamente, ho potuto incontrare il Professore in varie occasioni. L’esame di Filosofia teoretica, che sostenni nella primavera del 2009, fu una di queste. L’esame comprendeva KrV e KdU ed, infine, Erste Philosophie di Husserl, ma, a testimonianza di quanto fosse radicale ed insopprimibile in lui l’esigenza di Filosofia, riguardò principalmente quella che Barale definì una sua nuova interpretazione della “possibile ragion pura”, sviluppata al fine di tentar di spiegare una sua funzione definibile come trascendentale. Terminato l’esame, continuammo a parlare di Kant e del suo Kant e il metodo della filosofia, su cui – mi disse con evidente orgoglio – «ho avuto il piacere e l’onore di veder formare generazioni di studenti». Infine, mi fece dono del suo Sui fondamenti ontologici ed epistemologici di una filosofia in senso cosmpolitico. «Dato che Lei è molto interessato a Kant, forse potrà trovare utile questo articolo».

Il seminario di Filosofia teoretica, per il quale avevamo concordato come argomento il seminario di Heidegger sulla PdG di Hegel, fu per me un’emozionante occasione per apprendere la lettura di Barale della Fenomenologia hegeliana e per avere l’ulteriore conferma – laddove ve ne fosse stato bisogno – dell’intensità e della profondità dei suoi studi.

Ho incontrato ancora il Professore per la discussione della tesi magistrale, in cui era correlatore e presidente della commissione d’esame. Un paio di ore prima, mi salutò mentre stava pranzando ed ebbe parole di elogio per il mio elaborato. Alla discussione della tesi, la sua fu una vera e propria lezione magistrale sul significato dell’a priori kantiano e sulle prospettive in cui intenderlo e, soprattutto, non fraintenderlo.

Il ricordo di Martina FERRARI
Massimo Barale è, per me, il modello di un modo di filosofare onesto, vigoroso e di ampio respiro e testimonianza della possibilità di vivere l’Accademia senza perdere la freschezza e la volontà di andare al fondamento delle cose e condividere il proprio lavoro con grande generosità ma anche accortezza. Chi ha avuto la pazienza e la voglia di provare a comprendere il suo modo di insegnare, a volte ostico e tortuoso, ha potuto scoprire un pensiero complesso, continuamente in fieri e a tratti illuminante, lo studio del quale porterà sempre nuovi chiarimenti e spunti importanti per la propria ricerca. Chi in più ha avuto la fortuna di scorgere l’uomo che si celava dietro al filosofo, ha incontrato una persona che, nella dedizione totalizzante alla sua “missione” filosofica, non ha però perso i tratti della spontaneità, della genuinità e della dolcezza. Credo che Massimo Barale considerasse la filosofia una delle cose belle della vita, che le conferisse un ruolo centrale senza però per questo sottovalutare o ignorare il valore delle altre cose belle e importanti. Il suo era il pensiero di un uomo che vive e ama molte cose insieme al pensare. Per questo ritengo che la sua testimonianza filosofica sia preziosa e che il ricordo della sua persona sia un grosso stimolo a pensare con rigore e audacia e a vivere sempre più pienamente la propria esperienza del e nel mondo.

SUL LINGUAGGIO DELLA FILOSOFIA. UN RICORDO DI MASSIMO BARALE

di Guido FRILLI

Il mio primo impatto con le lezioni del professor Barale fu, a esser clementi, di forte perplessità. Era difficile dire, sulle prime, cosa distinguesse il suo corso da una faticosa dettatura di appunti privati, per di più redatti in stile astruso e senza alcun riguardo verso l’eventuale comprensione dell’uditorio. A tratti, pareva quasi che il professore si rassegnasse a questo esito desolante, rallentando la lettura e scandendo le frasi in modo da agevolare una rigida trascrizione di ogni parola e di ogni virgola.

Impegnata in una copiatura meccanica e apparentemente senza senso, la mia mente vagava disattenta, con discontinue velleità d’intendimento, e si soffermava spesso sulle buffe caratteristiche del dettatore. Davanti a noi sedeva un signore corpulento, in curiosa giacca celeste chiaro, quasi ancorato alla cattedra e chino su minuscoli quaderni fittamente annotati. La sua testa si alzava spesso – non, tuttavia, per guardare noi, ma per scrutare dei punti in lontananza, e continuando a parlare come se stesse leggendo. Sembrava che i suoi occhi, dietro gli occhiali spessi, inseguissero senza posa cascate di frasi sparse ovunque sulle pareti e sul soffitto, vergate nella stessa calligrafia indecifrabile che ricopriva i suoi blocchi di lavoro.

L’abnorme sintassi di quelle frasi era senz’altro la cosa più sconvolgente. Con una percettibile eco di tedesco filosofico dei tempi passati, i discorsi di Barale accavallavano subordinate che rincorrevano indefinitamente la propria principale, posponevano o anticipavano i verbi in modo spiazzante, erigevano cattedrali barocche di condizionali e composizioni intricatissime di congiuntivi, irridevano ogni normale utilizzo del punto.

Mi ci volle un po’ per capire che, in realtà, lo stile di scrittura di Barale non era un esercizio pomposo di magniloquenza, magari a compensazione del difetto di arte oratoria. Si trattava in verità di un lavoro intenso, passionale e maniacale del pensiero sulle proprie condizioni di espressione linguistica. Sfidando ogni comune parametro estetico e funzionale, Barale aveva forgiato negli anni un irripetibile idioma filosofico: non un linguaggio tecnico, ma uno strumento elastico, certo non immediato, a servizio del proprio enorme e debordante desiderio di pensare, di tradurre ogni evento, ogni autore, ogni argomentazione nel discorso infinito delle ragioni.

Mi resi conto che quel linguaggio non era altro che il corpo vivente di un pensiero, di un ordine intelligibile e plastico di comprensione delle cose; la violenza che Barale esercitava sui canoni linguistici del senso comune era la violenza che il bisogno infinito della ragione esercita sul pensiero passivo e discontinuo che pervade la nostra esperienza quotidiana, e sulla rigidità delle sue forme di espressione. Capii che questo bisogno della ragione di autoorganizzarsi, di pervadere ogni esperienza con la propria irriducibile propensione all’ordine, non era solo il sigillo apposto da Barale al proprio stile espositivo, ma anche l’unico e inesauribile contenuto dei suoi ragionamenti; e per me fu come una rivelazione, come un contagio. Fui stupito da come quel linguaggio fosse capace, con grande duttilità e precisione, di assimilare e riformulare tesi di autori tanto diversi come Carnap, Quine, Husserl o Heidegger; e di come riuscisse a restituire a tutti il loro posto nel progetto intenzionale di una ragione che si cerca ovunque, che si vuole discorso assoluto sul tutto dell’esperienza.

Mi immaginai allora, dietro quella dettatura ostinata in un corso per la triennale di filosofia, un instancabile lavoro del pensiero sulla propria necessaria forma linguistica e sui suoi limiti; un lavoro consegnato nei decenni a migliaia di quei quaderni per appunti, che divennero ai miei occhi quasi una testimonianza del bisogno inesausto della ragione di venire in chiaro della propria stessa possibilità.

Prima di ascoltare e leggere Massimo Barale, non avevo idea che il desiderio di pensare potesse farsi mondo; che il linguaggio e le forme della ragione potessero espandersi e incarnarsi per propria forza interna, non a spese dell’esperienza ma come comprensione delle ragioni dell’esperienza. Che la ragione abbia una vita, e che il bisogno vitale della ragione sia il bisogno stesso di fare filosofia, è ciò che Barale è riuscito a farmi apprezzare; e per questo non avrò mai abbastanza gratitudine.

Il ricordo di Ilaria GASPARI

Del mio incontro con Massimo Barale mi resta un quaderno di appunti, l’unico, fra tutti quelli che avevo all’università, in cui le frasi finiscono al limite della pagina, la riempiono tutta e il verbo bisogna cercarlo in fondo, subito prima del punto. Mi resta l’immagine di lui quando si fermava a pensare e si interrompeva il dettato di quelle frasi infinite eppure finite – con un verbo, naturalmente. Mi resta il ricordo di un pomeriggio a Siena, di ritorno da un seminario, quando per non farci stancare offriva taxi a una turba di dottorandi. Mi restano i suoi ricordi di Verona, in treno da Siena, ancora quel pomeriggio che chiacchieravamo per tutto il viaggio. Mi resta la sua espressione divertita, dietro gli occhiali, il suo colorito perennemente abbronzato ma con sfumature diverse, quando lo incontravi nel corridoio del dipartimento, con una bicicletta in mano come se fosse la cosa più normale del mondo.

Il ricordo di Paolo GODANI

Agli inizi degli anni Novanta del secolo scorso era piuttosto raro che uno studente pisano fuorisede avesse un telefono in casa. Il cellulare, probabilmente, non sapevamo neppure che esistesse. Saranno stati in molti a scendere in Piazza delle Vettovaglie o in Borgo Stretto per chiamare il loro correlatore di tesi da un telefono pubblico. Un po’ intimiditi dal tono stentoreo della voce di là dal filo, si accorgevano presto, piuttosto stupiti, che sì, la loro tesi era stata letta e aveva persino suscitato alcune domande pertinenti. Il correlatore in questione da non molto tempo era rientrato a Pisa, dopo aver insegnato all’Università di Genova. Erano pochi, probabilmente, gli studenti che notandolo aggirarsi con piglio sicuro per i corridoi del Dipartimento di filosofia sapessero riconoscerlo. A vederlo così, senza che fosse possibile attribuirgli un nome, dava l’impressione, poi confermata dai fatti, che fosse due cose in una: un professore perfettamente integrato nell’istituzione accademica e un filosofo che guardava all’università come ad una parte, neppure troppo significativa, di una istituzione più grande e più rigorosa, a cui solo pareva in fondo rivolgersi la sua attenzione. Avremo poi saputo che era uso chiamarla “ragione”. All’inizio sembrava che la si dovesse intendere sempre scritta con la maiuscola, poi si comprendeva come non fosse che il modo in cui le cose, le nostre cose infime di tutti i giorni come quelle più elevate che eravamo lì per apprendere, sono organizzate. Solo che, come le cose stesse, che quasi sempre non si mostrano per il verso giusto e sembrano lo facciano apposta ad intricarsi per diventare irriconoscibili, anche la loro ragione si presentava quasi sempre, nelle aule dove Massimo Barale teneva le sue lezioni, nella forma di un periodare lungo e complesso, dove il verbo immancabilmente non stava al posto in cui lo si stava aspettando, e dove gli incisi, le parentesi, le paratassi, portavano la frase sempre sulla soglia dell’anacoluto, senza però mai superarla. Per noi tutti era l’esperienza della mente che, invece di vagare un po’ a caso per i diversi luoghi della vita o di dedicarsi al solo mondo limpido delle idee, si tende per raccogliere e tenere insieme l’esperienza e i suoi principi. Di solito ne uscivamo affaticati, talvolta perplessi. Sempre, però, con la certezza di trovarci di fronte a qualcuno che amava la filosofia e, in qualche modo, era ricambiato. Non potevamo chiedere di meglio. Avevamo bisogno di sapere che la passione del pensiero non solo esiste, ma si conserva e talvolta persino si approfondisce con il passare degli anni. Massimo Barale era per noi l’immagine precisa di quella passione, l’evidenza che una vita filosofica è possibile.

Il ricordo di Jodi GUAZZINI

La scomparsa del Prof. Barale priva il mondo accademico e filosofico di un Maestro. Sono sicuro che il suo insegnamento proseguirà in eterno.

Il professor Barale è stato per me uno degli esempi da seguire nel fare filosofia. L’approfondimento dedicato ai temi, l’importanza di sostenere con rigore un’argomentazione che tentasse di arricchire la sempre ben curata spiegazione dei testi, la forza comunicativa ma anche il piacere di un’esposizione sobria sono il ricordo e l’insegnamento che mi hanno lasciato le sue lezioni. Con lui se ne va una parte importante dell’università di Pisa. Con sincera ammirazione, Jodi Guazzini

Il ricordo di Massimo MAGGINI

Sono stato molto colpito dalla sua improvvisa morte, anche se erano molti anni che non lo vedevo ne’ frequentavo.
Mi laureai con lui nel febbraio del ’91 con una tesi su Sartre e Heidegger. Ricordo sempre con piacere la prima volta che andai ad una sua lezione, mi sembra su “Essere e Tempo”, e rimasi molto stupito nel vedere che, in pratica, la lezione la dettava. Inizialmente non mi piacque molto questo metodo, ma poi ci feci l’abitudine, ed anzi finii per apprezzarlo. Rileggendo infatti quei testi, allora come adesso, ne riconosco l’intensita’, densita’ e la profondita’, e non posso che riconoscermi debitore al prof. Barale per quelle belle lezioni, che mi hanno insegnato molto, e non solo in senso accademico. All’epoca aveva come assistente il prof. Leonardo Amoroso, e devo dire che raramente ho trovato una coppia di studiosi piu’ “efficace”, se cosi’ posso dire, e capace di loro due.
Ricordo anche l’imbarazzo che mi provocava andare a parlare con il prof.Barale per quella strana mania che aveva di alzare gli occhi al cielo, certe volte quasi fino a farli scomparire sotto le palpebre. Non ho mai capito se questo dipendesse dal fatto che, in fondo, era una persona timida e molto riservata, o meno. Fatto sta che questo piccolo vizio fini’ per essermi molto simpatico, e me lo faceva apparire ancora piu’ umano.
Lo ringrazio anche per avermi fatto conoscere Sartre, di cui era un grandissimo esperto. Non credo sarei mai riuscito ad entrare nel “personaggio” Sartre senza il suo aiuto. Ottimo conoscitore anche di Heidegger, insieme al prof.Amoroso mi aiuto’ molto sia durante il percorso di studi che per la tesi, e saro’ sempre riconoscente ad entrambi per questo.
Un caro saluto, professore.

Il ricordo di Danilo MANCA

Sono stato uno degli ultimi allievi di Massimo Barale. Formalmente lui è stato il correlatore della mia tesi specialistica. Di fatto per me è stato come un nonno. Dico nonno e non padre per delle ragioni specifiche: i padri ti fanno crescere, t’insegnano cos’è la vita, a volte prendendoti per mano, altre volte mettendoti in discussione; i nonni, invece, spesso ti coccolano, e Massimo Barale mi ha coccolato tanto: ha dato tanta fiducia a un progetto che io desideravo intraprendere con tutto il cuore e tutta la mente, ma in cui temevo di imbarcarmi. Lui, prima di chiunque altro, mi ha spronato a tentare quel confronto tra Hegel e Husserl che tutt’oggi aspetta ancora di essere realizzato adeguatamente. In alcuni casi, i nonni ti ammoniscono, ti segnalano le insidie, e lui ha fatto anche questo: Massimo Barale mi ha iniziato al mondo accademico, mi ha fatto vedere limiti e potenzialità. Voglio ricordare tre date che mi legano a lui.

La prima è il 29 settembre 2009, giorno della discussione della mia tesi di laurea triennale su “Husserl e l’a priori della storia”. Con Massimo Barale avevo iniziato a studiare Husserl un anno e mezzo prima, quando avevo seguito il suo corso su Crisi delle scienze europee. Poi avevo scelto come relatore il Prof. Ferrarin, e con Barale non avevo più avuto contatti. Appena seppi che sarebbe stato il presidente della mia commissione di laurea, un po’ temevo il suo giudizio. Mentre parlavo, Massimo Barale sembrava ascoltarmi compiaciuto, occhiali bassi, sguardo in alto, sorriso disegnato sul volto. Quando tutto finì, mio padre si avvicinò a lui per salutarlo: “Professore, lei mi ricorda Danilo Dolci!”, e lui: “eh, ho avuto anche delle frequentazioni con lui in passato”. Io stavo morendo d’imbarazzo. Ma Danilo Dolci è il poeta per cui ho questo nome. Io sono un’eccezione nel mio Sud. Non ho il nome di mio nonno, ma forse mio padre dando quel nome a Massimo Barale mi aveva presentato mio nonno. Andai a ricevimento da lui tempo dopo, gli chiesi se si ricordava di me, e lui mi rispose: “Quel pizzetto non si può dimenticare”, alludendo a una certa somiglianza con il pizzetto di Husserl. Da quel giorno abbiamo iniziato a parlare di Husserl, Kant, Hegel, Sartre e Heidegger.

L’altra data è il 21 settembre 2012, giorno della discussione della mia tesi di laurea specialistica. Circa un’ora prima della discussione Massimo Barale mi chiamò al cellulare, disse che stava andando a comprare il latte, ma nel frattempo voleva “accennarmi” quello che avrebbe detto in sede di laurea. Mi tenne al telefono per 15 minuti. E poi ricordo i fogli svolazzanti, scritti con penne di diversi colori, che cacciava dall’invisibile cilindro del suo acume filosofico e che leggeva come commento al mio lavoro.

L’ultima data è il 21 luglio 2015. Non lo chiamavo al cellulare da tempo, ma volevo contattarlo per regalargli il volume su “Hegel e la fenomenologia trascendentale”, curato con Elisa Magrì e Alfredo Ferrarin. Lo volevo rendere partecipe del raggiungimento della prima tappa di quel percorso filosofico verso cui mi aveva spronato. Avevo deciso di portare sempre con me una copia del libro sperando di incontrarlo per caso in dipartimento. Quel giorno assistevo agli esami Leonardo Amoroso, avevamo appena finito, andavamo via, vidi la porta socchiusa dello studio di Massimo Barale, bussai ed entrai. Era al telefono. “Vorrei darle questo”. Lesse il titolo, mi fece un occhiolino, sporse le labbra in segno d’approvazione, e mi fece segno che ci saremmo sentiti in futuro, un futuro che non sarebbe mai più arrivato.

Il ricordo di Osvaldo OTTAVIANI

Non posso dire di essere stato un “allievo” di Massimo Barale nel senso tecnico della parola, anche se ovviamente devo molto (come molti altri, del resto) alle pagine che ha dedicato a “Kant e il metodo della filosofia”. Avevo seguito il suo corso di filosofia teoretica per la specialistica, originariamente dedicato a Kant e Husserl, che finì col trasformarsi in una lunga  e, a tratti, appassionata discussione sulla funzione delle idee nella Dialettica trascendentale. All’ultima lezione, quasi per scusarsi di non aver avuto il tempo di concludere il suo discorso, fece dono a ogni partecipante di una copia di un volume da lui curato, “Dimensioni della soggettività”, che conteneva un suo lungo contributo da cui aveva tratto ispirazione per il corso. Scrisse una dedicata personalizzata in ogni copia del volume, a ricordo del lavoro svolto in classe. Ricordo che la cosa mi colpì molto, per la signorilità del gesto, che denotava un grande amore per l’insegnamento e un grande affetto per gli studenti.  Andando a leggere il testo (per preparare l’esame), mi accorsi con un certo stupore che aveva apportato delle ulteriori correzioni a penna su ogni copia, quasi a rimarcare il carattere mai conclusivo dell’attività filosofica.

 

A Massimo Barale, di Edoardo RAIMONDI

Non solo un celebre filosofo, non solo un celebre studioso, non solo l’esigente professore che ho conosciuto durante i suoi corsi universitari, complessi ed enormemente preziosi. Per me Massimo Barale sarà sempre un maestro, il maestro che mi ha accompagnato con imperdibile passione soprattutto durante i miei ultimi due anni da studente universitario. Entusiasmo per la discussione, consigli, ammonimenti quando si aveva a che fare con la filosofia e con autori che a questa disciplina diedero la vita: tratti del suo modo di essere che mi hanno permesso di crescere enormemente. E non solo da un punto di vista di studio puramente accademico. Sapeva trasmettere la voglia di ricercare, la voglia di fare filosofia, conservando costantemente il desiderio di lottare contro qualsiasi deriva del Pensiero. Caratteristiche di chi sa trasmettere costantemente passione per la vita, uomo con cui mai avrei smesso di confrontarmi.

Un vero buon maestro, a cui sarò sempre grato e che continuerà a rappresentare un esempio per chiunque voglia intraprendere seriamente la strada della disciplina filosofica.

Il ricordo di Carla SALA

Frugando nei ricordi che mi legano al professor Barale, al momento della notizia della sua scomparsa, in particolare, un episodio mi ha riportato alla memoria l’ethos prettamente improntato alla dianoia di quest’uomo timido, di questo pensatore solitario.
Durante il primo corso che seguii con lui, ebbi l’esigenza di assentarmi per un paio di lezioni, quelle che dovevano concludere il suo corso sulla funzione legislativa dell’intelletto nella prima Critica kantiana. Gli chiesi allora se poteva darmi in anticipo gli appunti che dovevano condurre a conclusione il suo ragionamento. La sua risposta fu: “Signorina, io non scrivo in anticipo le mie lezioni, la mattina mi alzo alle 05:00, mi raccolgo in pensiero e scrivo ciò che vi proporrò, in lingua tedesca. Quindi è, per me, impossibile accontentarla”.
Questo è ciò che ricordo, la mia personale rielaborazione, ma la sostanza di questa, seppur, personale interpretazione è che, il professor Barale, uomo dall’apperenza schiva, si lasciava trasportare dall’intuizione intellettuale, dedicava le prime ore del mattino al vaglio dei propri ragionamenti che, inesorabilmente, delineavano la statura di un uomo di pensiero che portava alla luce accezioni adombrate dei sistemi dei più importanti filosofi occidentali.

 

 

Il ricordo di Michela SANTANGELO

Mi ricordo, durante l’esame sull’Antropologia dal punto di vista pragmatico, la sua buona volontà nell’ascoltare la mia esposizione. Uno sforzo, forse, speculare al mio, nell’interpretare quegli appunti inconfondibili, che facevano terrore, ma che si rivelarono, inaspettatamente, strumenti miei per la comprensione di Kant. Da quel giorno capii che Kant potevo comprenderlo solo attraverso qualcun altro, e altri linguaggi, che non fossero quelli “kantiani”. Per il mio percorso questa fu un’acquisizione essenziale, di fondamento alla mia consapevolezza filosofica, che mi fece sentire meno smarrita negli anni a venire, o meno spaventata dello smarrimento.
Al termine dell’esame mi chiese quale fosse stato il tema della mia tesi triennale e, mentre rispondevo, si alzò cercando una penna, fece il giro del tavolo e mi diede un’affettuosa pacca sulla spalla, apprezzando la scelta che avevo fatto di mettere insieme psicanalisi freudiana e psicologia platonica. Sembrò incoraggiarmi. Anche per questo conservo un buon ricordo.

Il ricordo di Simone SEMINARA 

Luglio 2005, Sicilia, caldo torrido. Io chiuso in casa a mandare giù a memoria i tuoi dettati sulla Fenomenologia dello Spirito. Un postino decisamente “ignaro di sé” suona al citofono, per l’ennesima volta “a mano aperta”, io che mi affaccio dal balcone e lo minaccio di morte. Poi il giorno dell’esame, e mi chiedi dove ho trovato quei riferimenti al giovane Hegel. “Nella sua settima lezione, professore” (con una faccia che manco fossi al militare!). Infine, quella volta al bar Britannia, in cui mi riveli di essere milanista e che il gol di mano segnato da Adriano nel derby te lo sogni ancora. Mi mancherai, Massimo Barale.

 

Il ricordo di Luca TIMPONELLI

Ho imparato da Massimo Barale il significato della parola ragione, e per questo gli sarò per sempre debitore. Ricordo in lui il pensatore appassionato, dal cipiglio sempre battagliero, che non esitò ad alzarsi in piedi, nel mezzo di un convegno, per ribadire con forza, paonazzo in viso come solo lui sapeva essere quando si lasciava trasportare dalla foga delle sue argomentazioni, la sua concezione di una ragione interessata, mai neutrale, ma partecipe – e anzi artefice – di quell’ideale di umanità che essa sola ci permette di pensare, di contro a chi voleva ridurre a mera questione di opinione soggettiva il problema della destinazione umana, di cosa l’uomo possa e debba fare di se stesso. A questa immagine, che mi sarà sempre da modello contro chi vorrebbe ridurre la filosofia a inutile suppellettile o mero esercizio storiografico, voglio accostare la soddisfazione che egli aveva espresso nei confronti del mio lavoro, tanto in una telefonata prima della discussione della mia tesi triennale, occasione in cui mi fece da relatore, quanto, mi è stato raccontato oggi (ero troppo nervoso in quel momento per badarci), con il suo sorriso di viva soddisfazione durante la discussione stessa, mentre rispondevo alle domande e alle obiezioni degli interlocutori. Ricordo infine la soddisfazione nel rileggere a casa gli appunti che egli dettava a lezione, nel momento in cui vedevo comporsi, dietro l’apparente incomprensibilità del suo complesso periodare che in aula trascrivevo passivamente, un discorso in grado di cogliere al massimo grado i limiti e le potenzialità degli autori con cui si confrontava.
Per tutti coloro che l’hanno conosciuto, egli resterà per sempre un modello vivente di che cosa significa pensare.

 

 

 

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