Ricordando Leonardo Amoroso

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Lo scorso 30 gennaio è venuto improvvisamente a mancare Leonardo Amoroso, docente di Estetica presso l’Università di Pisa. Leonardo Amoroso è stato un amico e un collaboratore (anche critico quando lo riteneva opportuno) del nostro gruppo di ricerca. Molti di noi hanno seguito i suoi corsi, di alcuni di noi è stato maestro. Quando il nostro gruppo iniziava a costituirsi, il Prof. Amoroso era Presidente del corso di studio aggregato in Filosofia e Filosofia e Forme del Sapere. Anche se noi non abbiamo mai accettato, lui tentava ostinatamente di escogitare modi per riconoscere in termini di crediti le nostre attività, perché non si rassegnava all’idea che ci potesse essere un momento di studio e di ricerca non riconosciuto. Poi nel 2015 tenne un bellissimo intervento su “Estetica ed Ebraismo” all’interno di un ciclo di seminari su “Atene e Gerusalemme” e fu un’occasione per riflettere sulle significato del pensiero ebraico per la filosofia.

Il nostro gruppo di ricerca ci tiene perciò a partecipare al dolore della famiglia e delle persone che gli hanno voluto bene, come di tutto l’Ateneo (student*, alliev*, collegh*), raccogliendo una serie di ricordi di suoi alliev* e student*, alcuni diventati collegh*. Chiunque voglia contribuirvi può inviare il proprio ricordo a zetesis@unipi.it, e sarà aggiunto a quelli finora pervenuti.

Il ricordo di Alberto L. Siani

Leonardo Amoroso è mancato inaspettatamente, per un malore improvviso, nella serata del 30 gennaio. Avevamo parlato al telefono non più di tre giorni prima, di ordinarie faccende di università, e non avrei mai immaginato che sarebbe stata l’ultima volta. Nell’ultimo periodo, a causa delle restrizioni da pandemia, non ci eravamo visti di persona, ma la sua, anche a distanza, restava comunque una presenza costante e rassicurante, credo di poter dire non solo per me ma per tutti coloro, colleghi, amici, familiari, allievi, che lo conoscevano e gli volevano bene. Per me lo era ormai da quasi venti anni, cioè dal 2002, anno del mio secondo colloquio in Normale, quando è iniziato il nostro rapporto, prima di magistero, poi di amicizia personale e collaborazione. Leonardo, allora, era da poco rientrato da Padova, dove era già ordinario di Estetica, a Pisa, dove aveva studiato e si era formato.
Leonardo lascia un grande vuoto in tutti noi. Il suo riserbo premuroso, la sua gentilezza, la sua rettitudine ci mancheranno tanto quanto le sue qualità di docente e di studioso appassionato. Nella sua lunga e densa carriera Leonardo si è interessato di moltissime cose, dall’amore giovanile per Heidegger e Kant, alle ricerche sulla nascita dell’estetica, su Vico, su Kierkegaard, su Spinoza, passando per l’estetica della Bibbia e gli studi sull’ebraismo, fino ad arrivare a Nietzsche e a Dewey, tanto per ricordare solo alcuni dei suoi temi. Studioso rigoroso e profondo, ha sempre messo in guardia se stesso e tutti noi dalle tentazioni di un pensiero e di una scrittura filosofica altisonante, oscura e oracolare, avendo come obiettivi costanti la chiarezza e la semplicità anche e soprattutto di fronte alle cose più difficili. Il suo metodo ermeneutico di attenzione al testo e alla singola parola o intonazione, un metodo in cui coniugava l’eredità heideggeriana depurata però dagli esoterismi e una curiosità creativa direi da studioso del Midrash, è forse il suo lascito più importante e duraturo. Ne sono testimoni e continuatori varie generazioni di studiosi, da quelli ormai più affermati ai giovanissimi, passati dal suo studio in cui campeggiano, uno accanto all’altro, la risposta di Baumgarten a chi gli chiedeva come volesse essere seppellito (je akademischer je besser, “quanto più accademicamente, tanto meglio”) e un bellissimo poster del Ghetto di Venezia.
Non si tratta di un lascito solo scientifico, ma di una preziosa eredità umana e morale, di scuola, nel senso più alto di questo termine. E in effetti l’insegnamento, condotto in ogni momento secondo un rarissimo connubio di passione e discrezione, è sempre stato in cima ai pensieri e alle cure di Leonardo, fino all’ultima telefonata che menzionavo in cui abbiamo parlato del nuovo corso su Kierkegaard e Nietzsche che avrebbe dovuto iniziare nelle prossime settimane. L’insegnamento diretto ai moltissimi studenti dei suoi corsi universitari, innanzitutto, ma anche la riforma e il miglioramento della didattica nei suoi molti anni da presidente del corso di studi aggregato di Filosofia e di Filosofia e Forme del Sapere, e infine la preoccupazione per il valore e lo statuto dell’estetica, da lui amata e insegnata con un’impostazione di ampio respiro e mai angustamente “disciplinare”, perseguita anche nella sua intensissima attività di socio fondatore, vicepresidente e poi decano della Società Italiana d’Estetica. E penso poi alla sua mai spenta capacità e volontà di rimettersi sempre in gioco, di conoscere cose nuove, o cose vecchie con occhi nuovi, che lo portava per esempio, ogni estate, a leggere o rileggere minuziosamente un grande classico del pensiero filosofico da sottoporre agli studenti l’anno dopo, un’attività cui lui si dedicava nell’otium della casa all’Ardenza nella sua Livorno, dove non potrò più ad andare a trovarlo, come mi ero più volte ripromesso senza mai riuscirci.
Il nostro mondo accademico e la nostra Pisa mi sembrano già più poveri e vuoti, meno rassicuranti e familiari senza la presenza di Leonardo. Questo vuoto appare intollerabile e incolmabile, eppure tutti noi che oggi lo piangiamo sappiamo che al pieno della sua eredità stiamo attingendo già ora, e non smetteremo di farlo. Nella consolazione, poca o tanta, che questo pensiero può offrirci, possiamo trovare la forza di rivolgere a Leonardo un ultimo saluto, e un ultimo, commosso, ringraziamento.

Il ricordo di Marta Vero

L’incontro con Leonardo Amoroso è stato uno dei più importanti della mia vita. Prima di allora, sapevo cosa significasse avere un mentore soltanto dai romanzi che divoravo e da qualche film. Quando, appena ventenne, sono entrata per la prima volta nel suo studio, ho capito immediatamente che avere una guida (accademica, filosofica e non solo) avrebbe significato per me ridiscutere continuamente i miei ragionamenti, mettere alla prova le mie posizioni con tenacia e costanza. Credo che nessuno più di Leonardo Amoroso potesse guidare questo processo, doloroso a tratti e sempre faticoso, con tale competenza e umanità. E’ stato grazie a lui se ho capito che la filosofia è un’esperienza, un viaggio in cui si procede sempre insieme, incontrandosi nello spazio aperto dalle divergenze. Grazie ad Amoroso, ho avuto la possibilità di scoprire alcuni degli spigoli più ingombranti della mia ambizione. In lui ho trovato una guida attenta, una sorta di mastro scultore, che con pazienza mi ha indicato la via (infinita) per limarli, uno per uno, senza sconforto e con dedizione. Credo di poter parlare a nome di chiunque abbia condiviso con lui un pezzo del suo percorso universitario affermando che camminare al fianco di Leonardo Amoroso significava lasciarsi trasformare da lui. Spesso mi succedeva di considerare che dopo una giornata di lavoro insieme o anche solo nel breve tempo di una passeggiata sui Lungarni qualcosa di me era cambiato e che, avrei potuto giurarci, anche un pezzetto di lui si era scoperto trasformato.
Una delle lezioni più importanti che Amoroso mi ha trasmesso è stata la necessità di approcciarsi con umiltà alla ricerca e all’insegnamento. La sua attività accademica è stata una rara testimonianza di accoglienza, di avvicinamento curioso alle differenze. Oltre che uno studioso di pregio, Leonardo è stato un insegnante disponibile e attento: riusciva a creare con le studentesse e gli studenti un clima disteso, a volte giocoso, che sempre si traduceva in un arricchimento reciproco. Ho avuto la fortuna di poter partecipare ad alcuni dei primi “esperimenti”, così li chiamava, di traduzione e interpretazione collettiva dei testi di Heidegger, un seminario dedicato a laureand* e student* della magistrale che avevano qualche conoscenza della lingua tedesca. In quelle occasioni, era bellissimo vedere con quale serietà Leonardo si impegnasse a discutere della migliore traduzione di qualche termine complesso, tratto da un brano del “Nietzsche” o di “Unterwegs zur Sprache”, come se anche lui si stesse avvicinando al difficile lessico heideggeriano con la nostra stessa freschezza. Un giorno discutemmo per un bel po’ sulla traduzione che avremmo scelto per il verbo “schwinken”, se non ricordo male; io proponevo “oscillare” e lui insisteva su “vibrare”. A un certo punto, guardando l’orologio decise di tagliar corto sulla questione e proseguire il seminario, ma prima di mettere un punto sulla questione “schwinken” mi disse: “Marta, traduciamo ‘vibrare’: la verità è che mi ricorda quella canzone dei Beach Boys…” e proseguì interpretando il ritornello “Good, good, good vibrations”. Inutile dire che mi convinse all’istante.
Leonardo Amoroso è stato da subito la guida più importante del mio percorso accademico, la persona che ha trovato in me difetti da superare, che ha riconosciuto la mia passione per la filosofia e l’ha coltivata, colui che mi ha messa sulla strada di quello che sarebbe diventato il mio primo vero amore filosofico, Hölderlin. Ma è stato anche molto più di questo. È stato un amico sincero e fedele, capace di starmi accanto nei momenti più bui. È stato un maestro di vita, un compagno di confidenze e di confronti su aspetti della mondanità, da cui agli altri sembrava così lontano. Mi ha insegnato molte cose su come si affrontano i dolori imprevisti e le perdite più lancinanti. Adesso che anche lui se n’è andato improvvisamente, gli sono ancora più grata per avermi dato strumenti per superare il dolore della sua assenza e per diventare una studiosa, un’insegnante ma, soprattutto, una persona che lo renderà orgoglioso.

Il ricordo di Claudio La Rocca

Sono anch’io uno studente di Leonardo. Lo sono stato presto, appena arrivato a Pisa, iniziando a seguire un suo seminario su Heidegger, un autore che avevo già incontrato in un esame a Napoli. Il seminario si svolgeva in una piccola aula al quarto piano di via Galvani, in realtà un vicolo, dove c’erano allora alcune aule e alcuni studi di docenti del Dipartimento. È stato il primo vero seminario cui ho partecipato – vero, perché si partiva dal testo, si lavorava su quello; e farlo su Heidegger, come si sa, non è uno scherzo. Ricordo la sua attenzione anche alle cose “minime”, ma non scontate: insegnava anche come scrivere, sottolineare i titoli (si scriveva a macchina), le virgole, le virgolette; le regole di citazione, che nessuno altrimenti ci diceva.  Per anni, e ancora oggi, quando le spiego ai miei studenti mi viene di pensare a lui. Ma Leonardo insegnava come leggere, soprattutto.  A leggere ogni parola, con la passione per il linguaggio e la traduzione che aveva e trasmetteva subito. Non soltanto per la filosofia, ma attraverso diversi altri fili, il rapporto è diventato presto personale, di amicizia – la distanza di età non era molta, consentiva l’essere amici, ma anche che lui potesse essere una guida nelle molte strade della vita di uno studente di filosofia. Con lui e con la piccola costellazione (amici e amori) che si era formata ho scoperto Pisa e molte dimensioni e mondi della vita in questa città. Era un amico attento, e generoso, anche se non amava sempre discussioni personali molto esistenziali, molto coinvolte, quelle cui inclinano i ventenni, la hybris di voler dissezionare a parole le emozioni. Anche quella era una lezione. Come studente ho imparato da lui molte cose, oltre quelle ricordate. Una importante era quella di non girare intorno agli autori, ai problemi, ai testi, ma di mantenere lo sguardo diritto, senza perdersi in reti di rimandi e nuvole di suggestioni. Ho scritto per lui il mio primo piccolissimo testo accademico – una relazione su  Logos di Heidegger da Saggi e discorsi per quel seminario, e sono ancora oggi contento che gli piacque.  Da lì cominciò una comunità di interessi, che non era solo un cammino parallelo, era un incrociarsi, dove però, com’è ovvio, spesso lo seguivo. Ricordo alcuni momenti importanti per il suo primo percorso filosofico, il saggio sulla Lichtung che scrisse durante un soggiorno a Freiburg presso von Hermann – un saggio che piacque molto poi a Gianni Vattimo e diventò uno dei contributi de Il pensiero debole. Poi i mesi in cui lavorava a quella che doveva essere la sua tesi di perfezionamento per la Normale, e che diventò Senso e consenso, un libro che, tra i tanti pregi, rendeva “leggibile” Kant in un contesto culturale – che era anche il nostro – in cui il sospetto di “soggettivismo metafisico” lo congelava, per così dire. Ricordo la sua particolare soddisfazione per avere ricevuto i complimenti anche da Eugenio Garin, in occasione della discussione. Poi il Collegium Phaenomenologicum a Perugia, dove lui teneva una relazione e io ero appena laureato. E tanti altri momenti insieme.
Devo a Leonardo il preziosissimo suggerimento di laurearmi con Massimo Barale. Con Leonardo parlai le prime volte della scelta del tema della mia tesi di laurea, la appoggiò, e ne fu il correlatore. Era su un autore che non conosceva – quasi nessuno lo conosceva – e tuttavia credo sia stata una sua domanda, una semplice domanda, ma diretta come una freccia, ad indirizzarmi verso la chiave di lettura che poi scelsi per quel pensiero.
Leonardo era consapevole del suo valore, ma mai pieno di sé o men che mai arrogante. Quando scrissi una recensione di Senso e consenso per le “Kant-Studien”, gliela mostrai in anteprima. C’era una frase finale molto elogiativa, lui sorrise e disse: “questa te la toglieranno”. Non la tolsero.
Dopo molti anni, in momenti difficili, i nostri sentieri incrociati hanno preso direzioni diverse. Si sono interrotti, o siamo finiti in una radura, in un lucus a non lucendo, però ognuno nel suo. Credo possa capitare, e che non dovrebbe capitare. Però penso di aver continuato sempre ad approfittare di tutto quello che avevo ricevuto. Ora che non c’è più, andato via in un modo così improvviso e insensato, quando nessuna parola è adeguata, una sola mi si ripresenta sempre in mente: grazie. Grazie, Leonardo.

Il ricordo di Danilo Manca

Se c’era qualcosa che Leonardo Amoroso amava fare era insegnare. Penso fosse per lui un momento di evasione, non dal resto della sua vita, ma da se stesso, dai suoi pensieri, dalle inquietudini che a volte le cose ordinarie e piccole della vita ti generano. Tipico della natura apparentemente goffa del filosofo che si trova a suo agio fra ciò che agli altri sembra strano e astruso e invece incontra più difficoltà ad affrontare l’ovvio.
Leonardo Amoroso evadeva nei testi, nel suo tentativo di fornire un’interpretazione minuziosa della lettera, delle trame di riferimenti, dello stile di un autore. E devo dire che confrontarmi con questa sua ostinata dedizione all’ermeneutica del testo filosofico è stato per me un insegnamento fondamentale: “Le grandi espressioni lasciale ai professoroni, cerca il semplice” mi ha detto delle volte davanti a qualche incipit un po’ altisonante.
Sappiamo tutti quanto Leonardo Amoroso tenesse a conservare uno stile accademico: “Je akademischer je besser” è l’epigrafe della tomba di Baumgarten che ora campeggerà nel silenzio del suo studio vuoto. Ho sempre pensato che fosse il suo modo di tutelare una dimensione più intima della sua vita. E devo dire che diverse volte io, che non riesco a non lasciar insinuare la vita nella filosofia, ho provato a scalfire la parete divisoria. Con mia sorpresa spesso Leonardo mi ha lasciato fare, anzi a volte mi ha invitato a farlo, in quei momenti ho scoperto un’anima che terrò in gran parte per me e a cui ho voluto bene.
Nella mia famiglia accademica, Leonardo può essere considerato una sorta di zio, o forse di prozio; di quelli che non frequenti assiduamente ma che quando li vai a trovare ti fanno diversi doni e sono capaci a volte di grandi gesti. Leonardo è il docente con il quale ho sostenuto il maggior numero di esami, era il presidente della commissione della mia laurea magistrale, era nella mia commissione di dottorato, sono stato suo assistente per diversi anni e quei pochi secondi tra un esame e l’altro erano grandi momenti di verità in cui ci siamo conosciuti.
In questi giorni sono diversi i ricordi significativi che la mia mente ha lasciato affiorare.
Quando mi invitò a pubblicare un libro nella sua collana, ci incontrammo per parlare del tema, gli feci varie proposte tentando di incrociare i suoi interessi, e poi ne lasciai una per la fine, un po’ bizzarra, poco accademica, su Valéry, Poe, Borges… “Anche se io non ne so niente, fai questa” – mi disse – “è quella che ti piace di più”. E Leonardo Amoroso si rese davanti a quel libro un lettore, un semplice lettore, con un atto di fiducia spropositato nei confronti di un giovane dottorando.
Un giorno mi chiamò preoccupato perché non riusciva a capire delle argomentazioni di Sartre e mi invitò a casa sua per discuterne, ne parlammo a lungo e poi mi chiese di tenere una lezione su Sartre nel suo corso; fu un momento che non dimenticherò perché alla fine volle fare un confronto in cui lui vestiva le parti di Heidegger, io quelle di Sartre (qualche studente deve averlo filmato), era divertito da questa formula che aveva inventato in quel momento, si sentiva vivo…
E ancora i più intimi: alla fine di una sessione di laurea vidi Leonardo farà un gesto che conoscevo, prendere il cellulare e metterlo nel taschino della camicia, mi venne spontaneo dirgli “come dico sempre a mio padre, non mi piace che mettiate il cellulare vicino al cuore”. Lui mi guardò, sorrise, e mi ringraziò con gli occhi celesti leggermente lucidi, evidentemente non solo per il consiglio ma più che altro per il paragone. Qualche anno dopo quando gli regalai un libro di poesie di mio padre, lui volle ricambiare, mi chiese l’indirizzo di casa e in uno sperduto paesino del Salento un giorno arrivò con una dedica a mio padre, poeta autodidatta che si sentì così finalmente riconosciuto, la traduzione del poemetto satirico di Schelling “Professione di fede epicurea di Heinz Widerpost”, cui Leonardo si era dedicato quasi per gioco in un estate a mare a Livorno e che aveva presentato al Teatro Rossi (quando era Aperto) penso in uno dei giorni più belli della sua vita. Infine, quando gli ho detto che avrei avuto una bimba, mi spiazzò di nuovo con uno di quei momenti in cui apriva la quarta parete del palcoscenico dell’accademia, esclamando: “bene, io farò il nonno”. Ha avuto a stento il tempo di vederla…. Lo saluto con la delusione di non avergli detto una cosa che gli avrebbe fatto piacere, con il dispiacere che non potrà sbuffare – o forse sorridere – a leggere qualcosa che ho scritto per lui in cui lo tratto come un teoreta, e con il rammarico di non aver ancora risposto a una delle prime domande che mi fece quando ci siamo conosciuti: “ma secondo lei le origini ebraiche hanno avuto un’influenza sul pensiero di Husserl?”

Il ricordo di Elena Romagnoli

Ho conosciuto Leonardo Amoroso il mio secondo anno di Università, seguendo il suo corso su Vico e Hegel e per dieci anni ho intrattenuto con lui un rapporto continuo, sempre più stretto, dai corsi, alle lauree fino al dottorato. È difficile esprimere tutta la mia gratitudine nei suoi confronti.
Le lezioni di Amoroso potevano lasciare un po’ disattese le speranze di chi credeva di sentire parlare dei grandi autori di cui trattava, Vico, Kant, Hegel, Heidegger, con un tono profetico o enfatico, che spesso uno studente alle prime armi può aspettarsi da una lezione di filosofia. Ho capito preparando quel primo esame quanto fosse profondo tutto ciò che Amoroso scriveva o insegnava. Oltre alla passione per i testi classici dell’estetica, il metodo è uno dei suoi lasciti più importanti, la capacità di non indulgere mai in un tono oracolare ma di mantenere sempre un’analisi sobria, attenta, sottile di fronte ai testi più difficili. Amoroso ha costituito e costituirà sempre un modello non solo filosofico ma anche umano. Andando oltre il suo fare riservato, ho potuto apprezzare e conoscere la rara serietà e trasparenza, uno stile riservato, mai eccessivo o sopra le righe. La sua scomparsa improvvisa lascia un vuoto immenso.

Il ricordo di Emily Martone

Per chi mi conosce bene sa quanto per me la parola famiglia non coincida strettamente con quel nucleo naturale in cui ci ritroviamo, senza averlo chiesto, a nascere. Famiglia è sempre stato qualcosa di più: le persone che incontriamo lungo il cammino, cui impariamo a voler bene, che ci supportano, che ci cambiano lasciando una traccia, che ci accettano anche là dove non riusciamo a cambiare, che ci fanno vedere quello che da soli non riuscivamo a vedere, che ci mitigano il dolore e condividono i nostri successi e le nostre gioie con la loro presenza.
Tra questi, Leonardo Amoroso, mio maestro da ormai dieci anni. Una di quelle rare persone e, soprattutto, rari docenti, di cui, alla Kierkegaard, si può dire che «non ha mai dimenticato ciò che significa essere uomo: non ciò ch’è essere uomo in generale, ma cos’è che io, tu, lui, che noi siamo uomini ciascuno per sé». Con il suo metodo filosofico, con il suo modo di insegnare e con la sua umanità, Leonardo mi ha insegnato l’umiltà. Quella che serve per ammettere di non sapere e per questo ascoltare l’altro e chiedere aiuto all’altro; quella che porta a soffermarsi sul semplice, sul valore di un dettaglio e di una parola; quella che spinge sempre a dubitare in modo serio e sano su se stessi. Leonardo, mio relatore di tesi triennale e magistrale e mio mentore durante questo mio, quasi ultimato, dottorato, mi ha concesso e dimostrato la sua stima poco per volta, come succede per le cose meritate, quelle che hanno davvero valore.
Il nostro rapporto è cresciuto nel tempo, fino al giorno in cui mi disse: “Emily, ora chiamami Leonardo, puoi darmi del tu, ora siamo colleghi”, fino a quando mi chiese di fargli di assistente, fino a quando, nell’ultima, scherzosa telefonata, al mio informarlo che stavo rileggendo il suo libro, Maschere kierkegaardiane, ironicamente mi rispose: “Oh Emily, o che ti metti a riprendere in mano un libro vecchio cent’anni?”. Leonardo per me ha significato tutto questo e forse le parole in questo momento non sono abbastanza. Del resto, lo sono mai? La sua dolorosa scomparsa lascia un grande vuoto ma anche un grande compito: quello di rimanere ricercatori, amanti del sapere, ma soprattutto, persone integre, trasparenti ed umili. Spero di non deluderlo o di almeno beccarmi il suo solito: “Ho apprezzato i miglioramenti. P.S. – Aumenti un po’ i rientri quando va a capo, se no non si vedono quasi!”


Il ricordo di Luigi Filieri

Il corso di Leonardo sulla Critica del Giudizio di Kant (anzi, Critica della capacità di giudizio, come ci tenevi sempre a precisare, perché “Kraft” andava tradotto, non poteva sparire) è stato il battesimo di fuoco per molte delle matricole dell’A.A. 2007/2008, il primo confronto con un testo importante, il primo o comunque tra i primi corsi monografici. Tra i corsi senz’altro più apprezzati, perché “Amoroso spiega bene”, “ripete le cose”, “insiste tanto sui punti più difficili”, e una lunga serie di ragioni semplici e profonde come solo quelle di chi comincia a fare filosofia per la prima volta possono essere. In questi giorni tristi ho visto molte di quelle matricole spendere un pensiero per te, un ricordo affettuoso. A distanza di molti anni e da parte di persone che hanno intrapreso i percorsi più diversi, questi pensieri e ricordi sono il frutto di quello che hai seminato. C’è solo da esserne orgogliosi. Non meno tristi, perché è impossibile, ma consapevoli di quello che hai lasciato a molti.
A casa ho ancora la copia della Logica Jäsche che mi avevi regalato. In libreria non si trovava, pensai di chiedere aiuto a te che l’avevi tradotta e mi ritrovai per le mani una copia ingiallita che conteneva una dedica alla tua mamma scritta a matita. “Non posso accettare, è troppo”. Ma tu dicesti che la tua mamma in fin dei conti non l’avrebbe poi letta tanto e che serviva di più a me. Mi è sempre sembrato un regalo troppo grande. Ora mi sembra un regalo bellissimo. Ti posso confermare che mi è servita tanto. Una volta di più, si è cercato di fare del nostro meglio con quello che ci hai lasciato. Lo abbiamo fatto tutti. Grazie Leonardo.

Il ricordo di Nicola Ramazzotto

Leonardo Amoroso: un maestro di classicismo.
Un suo corso di estetica su Platone e Kierkegaard è stato il mio primo vero esame di filosofia, mentre il suo seminario di traduzione su Heidegger è stato il mio ultimo. Non è quindi retorico dire che il mio percorso di studi a Pisa è iniziato ed è finito con il professor Amoroso, che ne ha vissuto anche da protagonista i momenti culminanti, essendo stato il relatore delle mie tesi triennale e magistrali, entrambe su autori che lui per primo mi aveva fatto conoscere e amare.
Fin dal primo corso, era riconoscibilissimo un modo di fare filosofia, uno stile, che avrei avuto poi la fortuna di conoscere e approfondire in ogni occasione. Il motto baumgarteniano “Je akademischer, je besser”, a lui così caro in tutta la sua fraintendibilità, era non solo appeso in bella vista nel suo studio, ma davvero scolpito nella ricerca e nell’insegnamento di Amoroso. Chi si fosse accontentato di una prima impressione, avrebbe potuto giudicare lo stile di Amoroso come una lenta spiegazione poco più che letterale e che certamente poco offriva all’interpretazione del testo. Ma a chi non si affrettava a dare giudizi e si impegnava sinceramente a seguire il filo della spiegazione, quel modo di insegnare si rivelava il frutto maturo di un profondo pensiero ermeneutico. Amoroso mi ha insegnato che il pensiero non può che procedere a passi lenti, che la fretta per un risultato è la scorciatoia di chi non ha la forza di mantenere acceso il dialogo col testo e con le sue parole. Già, le parole: per Amoroso la filosofia si dava sempre nelle sue parole e lo studio di queste non era mai un orpello filologico, ma l’assicurazione della cura del pensiero, la garanzia di un pensiero che fuggiva ogni inganno retorico a favore di una chiara e semplice trasparenza. Era questo, capii più avanti, il “segreto” che permetteva ad Amoroso, nell’insegnare, di rendere chiari anche i più difficili testi filosofici: non nascondere le difficoltà, non calare dal cielo un’interpretazione, ma il paziente lavorio nelle parole e nelle trame interne del testo. Amoroso, contro quella fretta che vuole andare subito oltre il testo e interpretare, richiamava alla costante necessità di soffermarsi e di tornare costantemente all’opera, nella convinzione che non si è mai abbastanza vicini a ciò che solo ci pare essere vicino, ma rimane sempre un’alterità capace di nascondere nuove perle e offrire nuovi slanci. A chi aveva la volontà di seguire l’“accademismo” amorosiano fino a questo suo intimo centro, si rendeva qui infine chiara la fecondità e la brillantezza del suo pensiero.
Nei ringraziamenti della mia tesi magistrale, chiamai Amoroso “maestro di classicismo”. Mi confidò che quel titolo lo rendeva felice e coglieva nel punto ciò che lui aveva voluto essere come professore – e, aggiungerei io, come filosofo e persona. Mai oltre il limite, vedeva nella misura, che è metro del classico, quella garanzia di ordine del pensiero che è condizione necessaria perché questo trovi massima fioritura ed eserciti la sua forza con trasparenza, onestà e mitezza. Una misura che non era mai rigida, ma flessibile e organica, come dimostra la fiducia con la quale mi accontentò nello scegliere un argomento per la mia testi magistrale che andava esattamente contro i suoi principi, in una diversità di vedute e attitudini (il suo “classicismo” e il mio “smisurato”) che è stata il cuore dialettico del nostro rapporto.
Questo “principio del classico” trovava riverbero anche nella personalità di Amoroso, e in particolare nella cordialità, disponibilità, mitezza e modestia che lo contraddistinguevano agli occhi di tutti. Per me questo stile, filosofico e di vita, rimane ciò che è più profondamente e nitidamente scolpito della figura di Leonardo Amoroso, come l’ultima e più difficile lezione di un grande maestro.

Il ricordo di Francesco Arrighi

Nei giorni scorsi ho appreso della scomparsa del professor Amoroso. La notizia mi ha lasciato sgomento: oltre a essere stato il mio relatore alla triennale, Amoroso era per me uno dei pilastri della facoltà, uno dei pochi che aveva ancora una concezione del lavoro di docente legata alla formazione e alla ricerca nel loro senso più puro, invece che meramente sottoposte alle logiche politiche e di baronato ormai praticamente onnipresenti nell’accademia. Un ricordo: andai a chiedergli una tesi su Wittgenstein e l’estetica. Amoroso mi guarda, mi dice “Va bene, però la avverto, non sono molto ferrato sul tema” e per i dieci minuti successivi procede dandomi una bibliografia sconfinata sull’argomento (talmente sconfinata che alla fine optai per cambiare oggetto della tesi). L’università di Pisa ha perso uno dei suoi docenti più umili e competenti.

Il ricordo di Davide Coppedè

Apprendendo la notizia della scomparsa di Leonardo Amoroso, non ho potuto non pensare che non potesse esserci altro motivo per il ritardo della sua risposta alla mia ultima e-mail. Un pensiero amaro ma a suo modo anche ironico. Perché Amoroso, della professionalità della puntualità – aveva fatto la sua costante.
La barba bianca perfettamente curata, il grigio o l’azzurro che spesso abbinava ad essa o al colore dei suoi occhi nei completi, lo rendevano distinto. «Je akademischer je besser», come si leggeva alle sue spalle, sedendosi di fronte a lui nel suo studio a Palazzo Carità. Eppure, l’accademismo, in Leonardo Amoroso, non è mai stato sinonimo di austerità, bensì di affidabilità. Dal punto di vista umano, questo suo stile lo rendeva una figura di riferimento per me e per chi, con me, lo ha frequentato. Un maestro che con discrezione appassionata accompagnava i suoi allievi alla scoperta del metodo filosofico. Nei ringraziamenti della mia tesi di laurea magistrale avrei riassunto tutto questo in poche parole: “Un ringraziamento speciale va al Professor Leonardo Amoroso, per la gentilezza con la quale trasmette le sue conoscenze professionali, per l’attenzione e il riguardo costanti dimostratimi nel corso di questi anni di studi”. Concludeva i nostri scambi con questo saluto. Oggi, lo farò io: Un caro saluto, Professore.

Il ricordo di Tommaso Ghezzani

Apprendendo poche ore fa dell’inaspettata scomparsa del professor Leonardo Amoroso, non ho potuto fare a meno di riflettere riguardo a cosa avrebbe potuto pensare, osservando il vuoto che ha lasciato, vedendo le reazioni dei suoi colleghi e allievi di ieri e di oggi. Probabilmente con un mezzo sorriso sornione ironizzerebbe sulla situazione, esortandoci tutti a fare quanto meno rumore possibile e a dedicarci a «cose più importanti».
Nel mondo universitario il professor Amoroso è stato il mio primo maestro, nel senso più integrale del termine, nonostante abbia sempre rifiutato questa etichetta, con un sorriso un po’ imbarazzato; il sorriso di chi non ha mai sopportato certe convenzioni accademiche ma che, allo stesso tempo, ha saputo trarre dall’accademia il senso più genuino. Forse una delle sue più importanti lezioni è stata proprio questa; se da un lato non tollerava le etichette delle magniloquenti presentazioni che a volte vengono pronunciate ai convegni e alle presentazioni delle sedute di laurea, d’altro canto all’interno del suo studio troneggiava, incorniciata alle sue spalle, una citazione di Baumgarten in caratteri gotici, «je akademischer, je besser» («quanto più accademicamente, tanto meglio»), proprio vicino a una buffa fotografia del suo maestro, Francesco Barone, che abbraccia un gatto, e del resto anche lui, ogni volta che doveva spiegare il concetto di analogon rationis nella filosofia di Leibniz, non esitava a ravvivarlo con l’esempio della sua gatta la quale, al rumore dei croccantini, correva «sparata come un razzo» verso di lui. Il professore non faceva mai lezione senza la giacca e non cominciava mai il suo corso di estetica senza introdurre, con una precisione e una chiarezza invidiabile, la storia terminologica della sua disciplina, perizia, quest’ultima, che una volta ha definito «da maestrino». Dal novembre del 2015, quando gli chiesi di farmi da relatore per il mio primo colloquio di passaggio d’anno presso la Scuola Normale, fino al novembre dello scorso anno, dopo un seminario presso quello che si è rivelato il suo ultimo corso, oltre che il nostro ultimo contatto diretto, ho progressivamente capito come l’attitudine da maestrino sia il risultato scientifico ed etico a cui ogni studioso serio deve ambire, con leggerezza e delicatezza. Tra pochi giorni avrei voluto inviargli il testo della cosiddetta licenza, la tesi che conclude il percorso di studi in Normale e che, insieme a un’incalcolabile quantità di domande mai espresse, non vedrà mai lo studio in via Paoli, quei muri resi familiari dal motto di umanità, je akademischer, je besser.

Il ricordo di Paolo Donateo

Leonardo era di sentimenti forti, profondi. Ed è la persona che voglio ricordare, prima ancora del docente. Aveva una eleganza di modi naturale, spontanea e genuina, fatta di contegno, riservatezza, rispetto per il prossimo: mai una parola fuori posto, aperto ad ascoltare tutti su tutto e ad accogliere con il sorriso chiunque gli si rivolgesse. Il suo riserbo fluiva immediato nella disponibilità, perché gli era impossibile non darsi a chi lo attendeva per un consiglio o per dubbi interpretativi. La serietà dell’attenzione che prestava alle domande che, negli anni, gli ho fatto, mi  ha sempre colpito. È così che nacquero colloqui su temi come l’apparenza estetica, il significato della luce in certe pagine della Bibbia, le idee estetiche in Kant e molto altro ancora.
La passione sconfinata per la Filosofia è stata centrale nella sua vita. Amava andare alla ricerca di ogni più nascosto dettaglio negli scritti dei “suoi Autori”, spesso negli accenti e nella musicalità dei testi ebraici, così come in Kant, Heidegger, Schiller, Kierkegaard, Hegel. “Mi piace cercare l’Estetica in ogni parola di ogni testo”, mi disse una volta che, incontratici per caso nei pressi della Normale, ci mettemmo a parlare. Credo che questo viscerale e sanguigno amore per l’Estetica, che ha guidato Leonardo nel corso della vita, sia un modo utile per dare luce alla commozione, nel ricordo del candore della persona e della brillantezza del docente.

Il ricordo di Gabriele Flamigni

La scomparsa del Professor Amoroso costituisce una perdita umana e professionale devastante, per me e senza dubbio per molti altri.
Conobbi il Professore durante la presentazione del corso di laurea in Filosofia, del quale allora era Presidente. La sua cordialità e la disponibilità con cui s’intrattenne a rispondere alle domande che gli furono poste ebbero un ruolo decisivo nella mia scelta di svolgere i miei studi all’Università di Pisa.
Da studente e da dottorando ho avuto la fortuna di seguire diversi corsi di Estetica del Professor Amoroso. In particolare, le sue appassionate lezioni sulla comunicazione e l’eros in Platone e Kierkegaard e le conversazioni che avemmo a questo proposito hanno contribuito a suscitare il mio interesse per due tematiche che, da allora, non hanno mai smesso di essere i cardini della mia attività di ricerca.
Fra i ricordi del Professor Amoroso a me più cari voglio citare la presentazione del libro “Professione di fede epicurea di Heinz Widerporst” di Schelling, introdotto e tradotto in maniera brillante dal Professore. Questo evento inusuale, tenutosi al Teatro Rossi di Pisa, si concluse con una trascinante recitazione del poema da parte del Professore che, a margine dell’evento, si fermò ad autografare le copie dei presenti, regalando a ciascuno uno dei suoi sorrisi, dei quali non era mai avaro.

Il ricordo di Matteo Lamparelli

Un pensiero va a Leonardo Amoroso, scomparso non molte ore fa, il primo che conobbi quando iniziai il mio percorso filosofico all’Università di Pisa. Non è stato mio relatore, nondimeno rappresenta il primo ricordo che ho del mio esordio nel mondo universitario. A lui associo le prime emozioni, il disagio, la timidezza per le prime domande in pubblico, il primo corso di estetica (Platone e Kierkegaard), seguitissimo anche da altri studenti di altre facoltà.
Chiunque potrà ricordarlo per la sua eleganza, la sua premura e la sua attenzione nell’esprimere un concetto, la sua umiltà, caratteristiche tanto decantate, quanto rare.
In un mondo in cui il carisma è legato ad immagini di forza, supremazia della parola, coraggio e una certa impulsività, lui ne rappresentava l’altra faccia. Si può essere carismatici anche con una voce poco squillante, mantenendo una certa compostezza, senza nulla togliere all’intelligenza e alla lucidità. Non è stato un mio maestro, ma con i maestri non sempre si stringono rapporti stretti e duraturi, talvolta permangono come immagini soltanto sfiorate ma indelebili, con le loro facoltà.

Il ricordo di Edoardo Raimondi

Le lezioni di Leonardo Amoroso rimarranno per me un bagaglio fondamentale. Tanto più per il fatto che anche lui mi fece scoprire la profondità del pensiero hegeliano, con rara chiarezza e con estrema precisione. E al contempo con una preziosa leggerezza che era amore per la discussione e per il confronto. Tante volte abbiamo parlato – come quando, circa dieci anni fa, nella Feltrinelli di corso Italia si avvicinò per vedere che libro stessi acquistando; tante volte ci siamo confrontati, con massima disponibilità all’ascolto reciproco, sui problemi degli studenti o sui nuovi sistemi di valutazione del ministero (dovevamo trovare le parole giuste: anche in quel caso, si dovette studiare). Del resto, per essere presidente di corso di laurea servivano amore e dedizione, qualità e sentimenti che erano i suoi. La sua stima, però, bisognava guadagnarsela duramente e in modo giusto. È il tratto di ogni vero maestro. “Oggi ci sono pochi studenti in riunione perché c’è in programma questa bella iniziativa: vogliono scalare la torre di Pisa”. Disse più o meno così quel giorno del 2010. A dimostrare come la meticolosità del grande studioso possa e debba essere, prima di tutto, amore per la vita. Quella vera. Grazie, professore.

Il ricordo di uno studente:

Da studente, ricordo un esame con il Professor Amoroso, sostenuto di recente. Dopo innumerevoli ricevimenti passati a discutere delle tematiche più varie, dalle questioni di estetica alle serie tv, arriviamo alla mattina dell’appello. Esame non brillante, tutt’altro, che con rammarico il Professore mi fa presente e che, giustamente, orienta il suo giudizio. Dopo avermi spiegato le sue ragioni, ricordo, ora come allora, il suo sorriso e le sue parole: “ma siamo ancora amici sì?”. Tornai di nuovo a fare l’esame ma con una consapevolezza in più; quella di avere davanti a me un uomo, una persona buona, oltre che il Professore di estetica. 

CFP ODRADEK: Creativity in the Light of AI

Odradek – Studies in Philosophy of Literature, Aesthetics, and New Media Theories

Call for papers

“Creativity in the Light of AI”

vol. 8, n. 1, 2022

Editors: Caterina Moruzzi, Mario Verdicchio, Fabio Fossa

Submission deadline: 25/06/2021

Publication: approx. January 2022

Language: English

Authors can find submission guidelines at the following link: https://odradek.cfs.unipi.it/index.php/odradek/about/submissions

For many, creativity is a field where humanity can paradigmatically express itself. Scientific and technological discoveries, crafting, advertising, fashion are all fields that require and foster creativity. Yet, it is difficult to deny that when we think of creativity, we associate it mostly with the Arts, and it is to this area that we will limit our exploration of creativity.

The focus of this issue goes beyond human creativity, though. Indeed, we wish to investigate what happens to the notion of creativity when it meets Artificial Intelligence (AI).

This interest can be articulated along different axes. The first one concerns the ontological nature of creativity and how it may change when examined in the context of artificial systems. Closely related to the ontology of creativity is its linguistic aspect and how the meaning of creativity and the way we talk about it are affected by the assumptions that we have regarding the possibility for AI to be creative. It is no secret that the language we use influences the way in which we approach the world. A further articulation of our discussion, thus, will concern the attitude of members of the artworld towards AI on the one side and the public perception of creativity in AI on the other, together with the concepts, motivations and goals that lie behind such frames of mind. Lastly, in the light of the impressive developments made by AI in the last decades, a question naturally arises: Are machines going to replace human creativity or will they collaborate with us?

Topics

The topics of the papers might include, but need not to be restricted to:

How do we think and speak of creativity?

  • How do the notions of creativity, human intentionality, and machine unpredictability relate to each other?
  • Where is creativity located: in the product or in the process?
  • What impact does the development of AI-systems for art generation have on the notion of creativity?
  • Which linguistic and methodological issues emerge from the consideration of machine creativity?
  • Creativity as creation: how do research efforts in artificial life or lines of thought rooted in computationalism relate to the cultural or religious traditions and convictions on life, creation and evolution?

How is machine creativity perceived?

  • What is the artworld’s attitude towards a machine used for artistic purposes?
  • What is the public reaction in front of a machine that creates art?
  • Are we biased against the possibility for machines to be creative?
  • The narratives of AI: how are the relations between humans and AI, both in terms of humans creating AI and AI enhancing or even creating humans addressed in the literature and in popular culture?

How can humans creatively collaborate with AI?

  • Does machine creativity allow for human-machine collaboration and enhancement, or can it only replace human creativity?
  • How can creativity be embodied in machines? And does embodiment enhance the creative potential of machines?
  • Which kind of impact do new machine learning techniques have on the temporal and spatial dimensions of artworks?

For further information please feel free to contact the section editors at:

caterina.moruzzi@unito.it

mario.verdicchio@unibg.it

fabio.fossa@polimi.it

Estetica dal mondo: nuovo numero di ODRADEK a cura di M. Vero

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Con piacere segnaliamo l’uscita del nuovo numero (vol. 5, n. 1/2019) intitolato “Estetica dal mondo”, a cura di Marta Vero, della rivista ODRADEK. Studies in Philosophy of Literature, Aesthetics, and New Media Theories, diretta da Danilo Manca, Francesco Rossi e Alberto L. Siani. Di seguito l’indice dei contributi:

estetica_dal_mondp_cpver_ctCristoph Menke, Non ancora. Il significato filosofico dell’estetica (trad. it. di M. Vero)

Marta Vero, Il significato paradossale dell’estetica. Commento a Menke

Miguel De Beistegui, Fuor di metafora. Visione estetica e ontologia della differenza (trad. it. di E. Marra)

Emilia Marra, «Senza fissa dimora»: pensare la metafora tra ontologia ed estetica. Commento a De Beistegui

Paul Kottman, Il “passato” dell’arte in Hegel e Shakespeare (trad. it. di E. Romagnoli)

Elena Romagnoli, Il ruolo dell’arte dopo il suo “passato” nella Ästhetik di Hegel. Commento a Kottman

Jay M. Bernstein, Stile tardo e arte prima. Per una politica del tardo modernismo (trad. it. di A. Di Riccio)

Agnese Di Riccio, “Sempre troppo tardi”? Alienazione estetica e democrazia. Commento a Bernstein

Vladimir Safatle, La più violenta delle arti. Espressione non-intenzionale ed emancipazione politica a partire dal romanticismo musicale (trad. it. di G. Zanotti)

Giovanni Zanotti, Modernità dell’infinito. Commento a Safatle

Gunkel, Principi di Remixologia. Una Assiologia per il XXI Secolo e Oltre (trad. it. di F. Fossa)

Fabio Fossa, Dei, umani, algoritmi. L’immagine dell’artista nell’era digitale. Commento a Gunkel