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Due giorni fa purtroppo è venuto a mancare Massimo BARALE, docente emerito di Filosofia Teoretica presso l’Università di Pisa. In qualche modo il Prof. Barale ha ispirato la nascita del nostro gruppo di ricerca, sin da quando nell’a.a. 2010/2011 accolse all’interno del proprio corso il seminario di lettura hegeliane nato un anno prima per iniziativa di una manciata di studenti. In quel contesto sono nate molte amicizie, anche qualche amore, che poi hanno formato l’ossatura del nostro gruppo di ricerca.

Vogliamo rendergli omaggio raccogliendo su questo sito i ricordi di coloro che sono stati suoi studenti. Chiunque voglia può inviare il suo personale ricordo all’indirizzo email zetesis@unipi.it.

Di seguito i primi ricordi pervenutici:

Il ricordo di Paolo GODANI

Agli inizi degli anni Novanta del secolo scorso era piuttosto raro che uno studente pisano fuorisede avesse un telefono in casa. Il cellulare, probabilmente, non sapevamo neppure che esistesse. Saranno stati in molti a scendere in Piazza delle Vettovaglie o in Borgo Stretto per chiamare il loro correlatore di tesi da un telefono pubblico. Un po’ intimiditi dal tono stentoreo della voce di là dal filo, si accorgevano presto, piuttosto stupiti, che sì, la loro tesi era stata letta e aveva persino suscitato alcune domande pertinenti. Il correlatore in questione da non molto tempo era rientrato a Pisa, dopo aver insegnato all’Università di Genova. Erano pochi, probabilmente, gli studenti che notandolo aggirarsi con piglio sicuro per i corridoi del Dipartimento di filosofia sapessero riconoscerlo. A vederlo così, senza che fosse possibile attribuirgli un nome, dava l’impressione, poi confermata dai fatti, che fosse due cose in una: un professore perfettamente integrato nell’istituzione accademica e un filosofo che guardava all’università come ad una parte, neppure troppo significativa, di una istituzione più grande e più rigorosa, a cui solo pareva in fondo rivolgersi la sua attenzione. Avremo poi saputo che era uso chiamarla “ragione”. All’inizio sembrava che la si dovesse intendere sempre scritta con la maiuscola, poi si comprendeva come non fosse che il modo in cui le cose, le nostre cose infime di tutti i giorni come quelle più elevate che eravamo lì per apprendere, sono organizzate. Solo che, come le cose stesse, che quasi sempre non si mostrano per il verso giusto e sembrano lo facciano apposta ad intricarsi per diventare irriconoscibili, anche la loro ragione si presentava quasi sempre, nelle aule dove Massimo Barale teneva le sue lezioni, nella forma di un periodare lungo e complesso, dove il verbo immancabilmente non stava al posto in cui lo si stava aspettando, e dove gli incisi, le parentesi, le paratassi, portavano la frase sempre sulla soglia dell’anacoluto, senza però mai superarla. Per noi tutti era l’esperienza della mente che, invece di vagare un po’ a caso per i diversi luoghi della vita o di dedicarsi al solo mondo limpido delle idee, si tende per raccogliere e tenere insieme l’esperienza e i suoi principi. Di solito ne uscivamo affaticati, talvolta perplessi. Sempre, però, con la certezza di trovarci di fronte a qualcuno che amava la filosofia e, in qualche modo, era ricambiato. Non potevamo chiedere di meglio. Avevamo bisogno di sapere che la passione del pensiero non solo esiste, ma si conserva e talvolta persino si approfondisce con il passare degli anni. Massimo Barale era per noi l’immagine precisa di quella passione, l’evidenza che una vita filosofica è possibile.

Il ricordo di Valentina BALESTRACCI

La mia prima lezione all’università fu con Massimo Barale, e così anche il mio primo esame.
All’appello tutti eravamo terrorizzati e quando fu il mio turno ricordo che con autorità e pacatezza al medesimo tempo, (caratteristiche che lo contraddistingue vano)  disse: “signorina, una domanda preliminare al suo esame. Mi dica com’è divisa la Critica della ragion pura.”
Risposi, l’esame proseguì un po’ barcollando. Ricordo come il professore sbottò con un sorriso dicendo ” ma signorina! Una funzione regolativa! Le idee hanno una funzione regolativa!”.
Decise di premiarmi per l’impegno, aggiungendo che tuttavia questo non sarebbe bastato. Mi consigliò, per la volta successiva, di studiare con metodo.
Dei contenuti di quel primo esame, sostenuto con poca esperienza, rimase forse poco, ma fu un incoraggiamento a procedere. Fu così che continuai a frequentare quel seminario hegeliano che il professor Barale decise di rendere parte integrante del suo corso. Il seminario si protrasse autonomamente anche a corso finito e per me rappresentò il vero accesso alla filosofia.

Il ricordo di Martina FERRARI
Massimo Barale è, per me, il modello di un modo di filosofare onesto, vigoroso e di ampio respiro e testimonianza della possibilità di vivere l’Accademia senza perdere la freschezza e la volontà di andare al fondamento delle cose e condividere il proprio lavoro con grande generosità ma anche accortezza. Chi ha avuto la pazienza e la voglia di provare a comprendere il suo modo di insegnare, a volte ostico e tortuoso, ha potuto scoprire un pensiero complesso, continuamente in fieri e a tratti illuminante, lo studio del quale porterà sempre nuovi chiarimenti e spunti importanti per la propria ricerca. Chi in più ha avuto la fortuna di scorgere l’uomo che si celava dietro al filosofo, ha incontrato una persona che, nella dedizione totalizzante alla sua “missione” filosofica, non ha però perso i tratti della spontaneità, della genuinità e della dolcezza. Credo che Massimo Barale considerasse la filosofia una delle cose belle della vita, che le conferisse un ruolo centrale senza però per questo sottovalutare o ignorare il valore delle altre cose belle e importanti. Il suo era il pensiero di un uomo che vive e ama molte cose insieme al pensare. Per questo ritengo che la sua testimonianza filosofica sia preziosa e che il ricordo della sua persona sia un grosso stimolo a pensare con rigore e audacia e a vivere sempre più pienamente la propria esperienza del e nel mondo.

Il ricordo di Osvaldo OTTAVIANI

Non posso dire di essere stato un “allievo” di Massimo Barale nel senso tecnico della parola, anche se ovviamente devo molto (come molti altri, del resto) alle pagine che ha dedicato a “Kant e il metodo della filosofia”. Avevo seguito il suo corso di filosofia teoretica per la specialistica, originariamente dedicato a Kant e Husserl, che finì col trasformarsi in una lunga  e, a tratti, appassionata discussione sulla funzione delle idee nella Dialettica trascendentale. All’ultima lezione, quasi per scusarsi di non aver avuto il tempo di concludere il suo discorso, fece dono a ogni partecipante di una copia di un volume da lui curato, “Dimensioni della soggettività”, che conteneva un suo lungo contributo da cui aveva tratto ispirazione per il corso. Scrisse una dedicata personalizzata in ogni copia del volume, a ricordo del lavoro svolto in classe. Ricordo che la cosa mi colpì molto, per la signorilità del gesto, che denotava un grande amore per l’insegnamento e un grande affetto per gli studenti.  Andando a leggere il testo (per preparare l’esame), mi accorsi con un certo stupore che aveva apportato delle ulteriori correzioni a penna su ogni copia, quasi a rimarcare il carattere mai conclusivo dell’attività filosofica.

Il ricordo di Simone SEMINARA 

Luglio 2005, Sicilia, caldo torrido. Io chiuso in casa a mandare giù a memoria i tuoi dettati sulla Fenomenologia dello Spirito. Un postino decisamente “ignaro di sé” suona al citofono, per l’ennesima volta “a mano aperta”, io che mi affaccio dal balcone e lo minaccio di morte. Poi il giorno dell’esame, e mi chiedi dove ho trovato quei riferimenti al giovane Hegel. “Nella sua settima lezione, professore” (con una faccia che manco fossi al militare!). Infine, quella volta al bar Britannia, in cui mi riveli di essere milanista e che il gol di mano segnato da Adriano nel derby te lo sogni ancora. Mi mancherai, Massimo Barale.

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