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Tre giorni fa purtroppo è venuto a mancare Massimo BARALE, docente emerito di Filosofia Teoretica presso l’Università di Pisa. In qualche modo il Prof. Barale ha ispirato la nascita del nostro gruppo di ricerca, sin da quando nell’a.a. 2010/2011 accolse all’interno del proprio corso il seminario di lettura hegeliane nato un anno prima per iniziativa di una manciata di studenti. In quel contesto sono nate molte amicizie, anche qualche amore, che poi hanno formato l’ossatura del nostro gruppo di ricerca.

Vogliamo rendergli omaggio raccogliendo su questo sito i ricordi di coloro che sono stati suoi studenti. Chiunque voglia può inviare il suo personale ricordo all’indirizzo email zetesis@unipi.it.

Di seguito i ricordi di Guido Frilli, Edoardo Raimondi e Michela Santangelo:

SUL LINGUAGGIO DELLA FILOSOFIA. UN RICORDO DI MASSIMO BARALE

di Guido Frilli

Il mio primo impatto con le lezioni del professor Barale fu, a esser clementi, di forte perplessità. Era difficile dire, sulle prime, cosa distinguesse il suo corso da una faticosa dettatura di appunti privati, per di più redatti in stile astruso e senza alcun riguardo verso l’eventuale comprensione dell’uditorio. A tratti, pareva quasi che il professore si rassegnasse a questo esito desolante, rallentando la lettura e scandendo le frasi in modo da agevolare una rigida trascrizione di ogni parola e di ogni virgola.

Impegnata in una copiatura meccanica e apparentemente senza senso, la mia mente vagava disattenta, con discontinue velleità d’intendimento, e si soffermava spesso sulle buffe caratteristiche del dettatore. Davanti a noi sedeva un signore corpulento, in curiosa giacca celeste chiaro, quasi ancorato alla cattedra e chino su minuscoli quaderni fittamente annotati. La sua testa si alzava spesso – non, tuttavia, per guardare noi, ma per scrutare dei punti in lontananza, e continuando a parlare come se stesse leggendo. Sembrava che i suoi occhi, dietro gli occhiali spessi, inseguissero senza posa cascate di frasi sparse ovunque sulle pareti e sul soffitto, vergate nella stessa calligrafia indecifrabile che ricopriva i suoi blocchi di lavoro.

L’abnorme sintassi di quelle frasi era senz’altro la cosa più sconvolgente. Con una percettibile eco di tedesco filosofico dei tempi passati, i discorsi di Barale accavallavano subordinate che rincorrevano indefinitamente la propria principale, posponevano o anticipavano i verbi in modo spiazzante, erigevano cattedrali barocche di condizionali e composizioni intricatissime di congiuntivi, irridevano ogni normale utilizzo del punto.

Mi ci volle un po’ per capire che, in realtà, lo stile di scrittura di Barale non era un esercizio pomposo di magniloquenza, magari a compensazione del difetto di arte oratoria. Si trattava in verità di un lavoro intenso, passionale e maniacale del pensiero sulle proprie condizioni di espressione linguistica. Sfidando ogni comune parametro estetico e funzionale, Barale aveva forgiato negli anni un irripetibile idioma filosofico: non un linguaggio tecnico, ma uno strumento elastico, certo non immediato, a servizio del proprio enorme e debordante desiderio di pensare, di tradurre ogni evento, ogni autore, ogni argomentazione nel discorso infinito delle ragioni.

Mi resi conto che quel linguaggio non era altro che il corpo vivente di un pensiero, di un ordine intelligibile e plastico di comprensione delle cose; la violenza che Barale esercitava sui canoni linguistici del senso comune era la violenza che il bisogno infinito della ragione esercita sul pensiero passivo e discontinuo che pervade la nostra esperienza quotidiana, e sulla rigidità delle sue forme di espressione. Capii che questo bisogno della ragione di autoorganizzarsi, di pervadere ogni esperienza con la propria irriducibile propensione all’ordine, non era solo il sigillo apposto da Barale al proprio stile espositivo, ma anche l’unico e inesauribile contenuto dei suoi ragionamenti; e per me fu come una rivelazione, come un contagio. Fui stupito da come quel linguaggio fosse capace, con grande duttilità e precisione, di assimilare e riformulare tesi di autori tanto diversi come Carnap, Quine, Husserl o Heidegger; e di come riuscisse a restituire a tutti il loro posto nel progetto intenzionale di una ragione che si cerca ovunque, che si vuole discorso assoluto sul tutto dell’esperienza.

Mi immaginai allora, dietro quella dettatura ostinata in un corso per la triennale di filosofia, un instancabile lavoro del pensiero sulla propria necessaria forma linguistica e sui suoi limiti; un lavoro consegnato nei decenni a migliaia di quei quaderni per appunti, che divennero ai miei occhi quasi una testimonianza del bisogno inesausto della ragione di venire in chiaro della propria stessa possibilità.

Prima di ascoltare e leggere Massimo Barale, non avevo idea che il desiderio di pensare potesse farsi mondo; che il linguaggio e le forme della ragione potessero espandersi e incarnarsi per propria forza interna, non a spese dell’esperienza ma come comprensione delle ragioni dell’esperienza. Che la ragione abbia una vita, e che il bisogno vitale della ragione sia il bisogno stesso di fare filosofia, è ciò che Barale è riuscito a farmi apprezzare; e per questo non avrò mai abbastanza gratitudine.

A Massimo Barale, di Edoardo Raimondi

Non solo un celebre filosofo, non solo un celebre studioso, non solo l’esigente professore che ho conosciuto durante i suoi corsi universitari, complessi ed enormemente preziosi. Per me Massimo Barale sarà sempre un maestro, il maestro che mi ha accompagnato con imperdibile passione soprattutto durante i miei ultimi due anni da studente universitario. Entusiasmo per la discussione, consigli, ammonimenti quando si aveva a che fare con la filosofia e con autori che a questa disciplina diedero la vita: tratti del suo modo di essere che mi hanno permesso di crescere enormemente. E non solo da un punto di vista di studio puramente accademico. Sapeva trasmettere la voglia di ricercare, la voglia di fare filosofia, conservando costantemente il desiderio di lottare contro qualsiasi deriva del Pensiero. Caratteristiche di chi sa trasmettere costantemente passione per la vita, uomo con cui mai avrei smesso di confrontarmi.

Un vero buon maestro, a cui sarò sempre grato e che continuerà a rappresentare un esempio per chiunque voglia intraprendere seriamente la strada della disciplina filosofica.

Il ricordo di Michela Santangelo

Mi ricordo, durante l’esame sull’Antropologia dal punto di vista pragmatico, la sua buona volontà nell’ascoltare la mia esposizione. Uno sforzo, forse, speculare al mio, nell’interpretare quegli appunti inconfondibili, che facevano terrore, ma che si rivelarono, inaspettatamente, strumenti miei per la comprensione di Kant. Da quel giorno capii che Kant potevo comprenderlo solo attraverso qualcun altro, e altri linguaggi, che non fossero quelli “kantiani”. Per il mio percorso questa fu un’acquisizione essenziale, di fondamento alla mia consapevolezza filosofica, che mi fece sentire meno smarrita negli anni a venire, o meno spaventata dello smarrimento.
Al termine dell’esame mi chiese quale fosse stato il tema della mia tesi triennale e, mentre rispondevo, si alzò cercando una penna, fece il giro del tavolo e mi diede un’affettuosa pacca sulla spalla, apprezzando la scelta che avevo fatto di mettere insieme psicanalisi freudiana e psicologia platonica. Sembrò incoraggiarmi. Anche per questo conservo un buon ricordo.

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